Nisargadatta e la paura della morte



Le risposte del  filosofo indiano a un discepolo che lo interroga sulla morte

Interrogante: La mia morte si avvicina.
Risposta: Il tuo corpo è figlio del tempo, non tu. Tempo e spazio sono nella mente non ti legano.

I: Ma viene il giorno che lo spettacolo è finito. L'uomo e l'universo devono finire.
R: Come il dormiente cade nell'oblio e si desta ad un nuovo mattino, o morendo si affaccia ad una nuova vita, così i mondi della paura e del desiderio si addensano e si dissolvono. Ma il testimone universale, il Sommo Sé, non dorme e non muore. Il grande cuore batte in eterno, e ad ogni battito emerge un nuovo mondo.

I: Non vi va nemmeno di vivere allora?
R: Vivere, morire: parole vuote! quando mi vedi vivo sono morto. Quando mi pensi morto sono vivo. Bella confusione.

I: Quando un uomo muore cosa accade esattamente?
R: Niente. Qualcosa diventa niente. Niente era, niente resta.

I: Spesso si muore volentieri.
R: Solo quando l'alternativa è peggiore della morte. Ma questa disponibilità a morire promana da una fonte sane: La volontà di vivere che è più profonda della vita stessa. Essere vivi non è la condizione ultima; c'è qualche cosa al di là, molto più esaltante, che non è né l'essere né il non essere. È uno stato di pura consapevolezza, oltre i confini dello spazio e del tempo. Quando cessi di credere di essere il tuo corpo-mente, la morte perde la sua terribilità, diventa parte della vita.

La gente teme di morire perché non sa cos'è la morte. Il sapiente è già morto, e ha visto che non c'era d'avere paura. Non appena conosci il tuo essere non temi più. La morte da libertà e potere. Per essere nel mondo devi morire al mondo. Allora l'universo è tuo, diventa il tuo corpo, un espressione ed uno strumento.

I: Cosa muore alla morte?
R: L'idea "io sono il corpo". Il testimone non muore.

I: Ma per l'uomo comune la morte fa differenza.
R: Ciò che egli pensava di essere prima della morte, continua dopo. La sua autoimmagine sopravvive.

I: Invecchiamo. La vecchiaia non è piacevole: acciacchi, dolori, debolezza, e la fine che si approssima. Come si sente un saggio da vecchio?
R: Più invecchia più crescono in lui la felicità e la pace. Dopo tutto sta tornando a casa, come un viaggiatore che, prossimo all'arrivo raccoglie il bagaglio. Lascia il treno senza rimpianto.

I: Non avete paura di morire?
R: Ti racconterò come è morto il mio maestro. Dopo avere annunciato che la sua fine era prossima, smise di mangiare senza modificare il ritmo della vita quotidiana. All'undicesimo giorno, nell'ora della preghiera - stava cantando e batteva vigorosamente le mani - all'improvviso morì -tra un battere e un levare - come una candela subito spenta. Non temo la morte perché non ho paura della vita. Vivo una vita felice e morirò una morte bella. È una disgrazia nascere, non lo è morire! Tutto dipende da come guardi.

I: Supponiamo che vi giunga la notizia che sono morto. Come reagireste?
R: Sarei molto felice che sei tornato a casa. Davvero contento dal saperti fuori da questo assurdo.

I: Si ha molta paura della morte.
R: Il realizzato non teme nulla. Ma ha compassione dell'uomo che teme. Nascere, vivere e morire, è in fin dei conti naturale. Ma avere paura, no. È giusto dare attenzione all'evento.

I: Immaginate di essere ammalato: febbre alta, dolori, tremiti. Il medico vi dice che il vostro stato è serio e che vi restano pochi giorni di vita. Quale sarebbe la vostra prima reazione?
R: Nessuna. Come il bastoncino di incenso si consuma, così il corpo muore. Davvero è una cosa di pochissima importanza. Quello che conta è che non sono il corpo ne la mente. Io sono.

I: I vostri famigliari sarebbero disperati. Che cosa direste loro?
R: Ciò che si dice in questi casi: non temete, la vita continua, Dio avrà cura di voi, saremo presto di nuovo insieme; e cose del genere. Per me tutta la faccenda, con lo scompiglio che comporta, è priva di senso, perché non sono l'entità che si immagina viva o morta. Non sono nato e non morirò. Non ho niente da ricordare o da dimenticare.

I: Cosa ne pensate delle preghiere per i defunti?
R: Prega sempre per loro. Lo gradiscono tanto. Ne sono lusingati. Il realizzato non ha bisogno delle tue preghiere. Egli è la risposta alle tue preghiere.

I: La mia domanda all'inizio riguardava lo stato dell'uomo dopo la morte. Quando il corpo è dissolto che ne è della coscienza? I sensi restano o cessano? E se cessano cosa resta della coscienza.
R: I sensi non sono che dei modi di percezione, grossolani e sottili. Alla morte i primi scompaiono e ne emergono altri più sottili. Dopo la morte la coscienza si assottiglia e si raffina. La gamma delle percezioni indotte dai sensi svanisce insieme ad essi.

In certi casi la morte è la cura migliore. Una vita può essere peggiore della morte, che solo di rado è un'esperienza spiacevole, nonostante le apparenze. Quindi abbi pena del vivo mai del morto.

I: Quando il vostro corpo morirà, resterete?
R: Nulla muore. Si immagina che il corpo esista in realtà non è.

I: E la morte libera?
R: Chi si crede nato teme molto la morte. Per chi si conosce è un lieto evento.

...Per me la morte non è una calamità, così come la nascita di un bambino non è una gioia. Il bambino va verso i guai, il morto ne è fuori. L'attaccamento alla vita è attaccamento al dolore. Amiamo ciò che ci fa soffrire. Tale è la nostra natura. Per me la morte sarà un momento di giubilo, non di paura. Piangevo quando nacqui, e morirò ridendo.  Dunque non hai paura della morte!

I: Non della morte ma di morire. Immagino che sia una esperienza dolorosa e brutta.
R: Che ne sai? Potrebbe anche essere bella e piacevole. Quando sai che la morte tocca al corpo e non a tè, ti limiti ad osservare come esso ti cada di dosso via via, come un abito smesso.

I: So molto bene che la mia paura della morte è legata ad una inquietudine estranea alla conoscenza.
R: Gli uomini muoiono di momento in momento, la paura e gli spasimi della morte incombono sul mondo come una spessa nuvola. Niente di strano che anche tu abbia paura. Ma quando sai che solo il corpo muore e non la continuità della memoria in cui è riflesso l"Io sono" la paura svanisce.

tratto dal testo Io sono quello Quello, Nisargadatta Maharaj


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