Il mito della Caverna



Platone nel settimo libro de "La Repubblica"(opera filosofica scritta tra il 390 ed il 360 a.C), si sofferma a spiegare la sua concezione della vera conoscenza e della falsa conoscenza e la triste condizione in cui vive l'essere umano attraverso un'immagine precisa descritta nel racconto che segue.

IL MITO DELLA CAVERNA

Alcuni prigionieri vennero incatenati, fin dall’infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo vennero bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati potessero solo fissare il muro dinanzi a loro. Inoltre alle spalle dei prigionieri venne acceso un enorme fuoco. Lungo la strada tra loro ed il fuoco venne eretto un muro e su di questo, quotidianamente, altri uomini posizionavano finte forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proiettavano la loro ombra sul muro e questo attraeva l’ attenzione dei prigionieri. Quando qualcuno degli uomini che trasportavano queste forme parlava, si generava nella caverna un eco che spingeva i prigionieri a credere che questa voce provenisse dalle ombre che vedevano passare sul muro. Mentre un personaggio esterno avrebbe avuto un’ idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accadeva realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno, erano portati ad interpretare le ombre come oggetti, animali, piante e persone reali, a vedere e vivere questi come il loro mondo.

Ad un certo punto, in un giorno come un altro, un prigioniero riuscì a liberarsi dalle catene e ad uscire dalla caverna. Egli capì, appena alzatosi, l’inganno delle ombre e una volta fuori rimase abbagliato dal Sole. All’inizio riuscì quindi a distinguere la realtà solo grazie ai riflessi sul lago che gli stava accanto, ma col tempo si abituò e, prima di notte e poi anche di giorno, fu in grado di vedere tutto direttamente.

L’ex prigioniero comprese che è il Sole a produrre le stagioni e gli anni, a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in un certo modo, di quello che lui e i suoi compagni vedevano.

Resosi conto della situazione, egli poteva decidere di rimanere a godersi la libertà o di tornare a liberare i suoi compagni e, mosso da pietà, decise di scegliere la seconda via, quella più difficile.

Una volta rientrato nell’ anfratto, i suoi occhi non più abituati all’ oscurità lo resero cieco ed egli iniziò ad essere irriso dagli altri. Continuando però nella sua opera di convincimento, l’ uomo cercò di liberare loro dalle catene e questi, dominati da rabbia e disprezzo, lo uccisero definendolo pazzo e pericoloso. Il loro pensiero era che non valesse la pena di rischiare di perdere la vista e di faticare nella salita per vedere le cose, probabilmente inesistenti, da lui descritte.

Platone




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